Gino Colaussi: uno dei grandi Campioni del Mondo del calcio

“Ciao, “mulo” Grezar, bongiorno”. “A ti “mulo” no te posso dir … te xe nato a Gradisca, mio caro Colàusig, bongiorno”. “Ocio! Non son più Colàusig, ma Colaussi, Luigi Colaussi, detto Gino; mio papà, che iera Colàusig, el xe sta costreto a cambiar el cognome in Colaussi, durante il Fascismo. Così xe, caro el mio sior Giuseppe Grezar, detto Pino”.

“Ben, bon! Raccontami che cosa hai fatto ieri!” continuò Colaussi.
“Ah! Semplice” rispose Grezar. “Mi sono fatto una camminata fino a quell’angolino del Paradiso dove girano gli “spot” per quella famosa marca di caffè italiana; quella che ultimamente faceva vedere i Cherubini clonati. Là ho incontrato anche San Pietro, quello vero non quello degli “spots”, che se la stava spassando da matti. Abbiamo fatto quattro chiacchiere sul perché il numero di nuovi arrivati quassù sta diminuendo in modo esponenziale e poi sono tornato indietro. E tu?”

“Ah! Altrettanto semplice! Sono andato al “Bar Unione”, quello che ha avuto la concessione di avere sempre un buco tra le nuvole, per seguire dall’alto tutte le partite della Triestina. Ieri è andata male: abbiamo perso 2 a 1, a Portogruaro, con il Mestre. Povera Triestina! Gli allori sono finiti … da troppo tempo” spiegò Colaussi.

“A proposito, caro Pino, tu pensi che a Trieste si ricordino ancora di noi? Non dico di te che ti hanno pure intitolato il vecchio Stadio, sto parlando soprattutto di me, che son morto da non molto, appena nel 1991, o meglio 42 anni dopo di te!” chiese Gino Colaussi, con un filo di voce che sapeva di tanta tristezza.

“Ma cosa dici! Ma stai zitto! A te, pure, hanno intitolato uno stadio, quello della tua Gradisca d’Isonzo! Tu, uno dei Campioni del Mondo del 1938, a Parigi. Tu, uno degli artefici della vittoria finale sull’Ungheria: 4 a 2, con due tuoi goals. Ma non dire sciocchezze!” rispose Pino Grezar, continuando … “raccontami piuttosto come fu il Campionato e in particolare quella partita e come arrivasti fin là, fino alla Gloria, che, tra l’altro, ti ha condotto qua!”.

“Tu sai che vengo da una famiglia di agricoltori e che da ragazzo facevo l’aiutante ciabattino e che riparavo scarpe a 2 lire al paio” incominciò Colaussi. “Poi incominciai a giocare a calcio nell’”Itala” di Gradisca, fino al 1930, quando venni ingaggiato dalla Triestina; avevo solo 16 anni.

Nella Triestina colsi grandi successi, fino al 1940. Giocavo da ala sinistra e, anche se avevo una struttura fisica modesta, mi destreggiavo molto bene, specialmente negli scontri con i miei avversari; la mia specialità erano il “cross” al centro e i traversoni.

Qualche giornale sportivo scrisse, allora, che l’inventore del “doppio passo” ero stato io e che Amedeo Biavati del Bologna lo aveva solamente perfezionato; non è vero e te lo posso dire io, che ho giocato con lui, egli era ala destra mentre io giocavo a sinistra, nel Campionato del Mondo del 1938.

Vittorio Pozzo, CT ed allenatore degli Azzurri che vinsero sia il Campionato del Mondo del 1934 in Italia, sia le Olimpiadi di Calcio nel 1936 a Berlino, mi notò e mi chiamò in Nazionale. La mia prima partita fu nell’ottobre del 1935 a Praga, dove rimanemmo sconfittti 2 a 1, forse perché i Cecoslovacchi volevano vendicarsi della finale del 1934, a Roma, dove gli battemmo con lo stesso punteggio.
Da là avanti, avanti fino al Campionato del 1938. D’altra parte, caro Pino, queste cose le dovresti sapere perché, nel 1938, tu eri con me nella Triestina.

Il nostro “leader” e capitano della squadra era Peppino Meazza e noi lo affiancavamo con grandi campioni come Silvio Piola, Giovanni Ferrari, Amedeo Biavati, Michele Andreaolo (al centro, unico oriundo italo-uruguaiano) e, lasciamelo dire, il sottoscritto.

Alla finale giungemmo sia perché non avevamo bisogno di esser qualificati – eravamo stati esonerati, in quanto i vincitori del precedente Campionato – sia perché riuscimmo a battere di seguito Norvegia, Francia e Brasile.
Era il 19 giugno del 1938 e la partita si giocava allo Stadio Yves-du-Manoir di Colombes, nei pressi di Parigi, davanti a 45.000 spettatori.

Gli Italiani seguivano in Italia la radiocronaca, con il commento di Niccolò Carosio.
Anche se avevo giocato ben altre 15 partite in Nazionale, le gambe, prima di entrare in campo, mi facevano “Giacomo, Giacomo” e a nulla valevano le parole di incoraggiamento di Pozzo.

Sugli spalti gli Italiani presenti si erano divisi in fascisti, che tifavano per noi, e in fuoriusciti antifascisti, che tifavano per l’Ungheria, assieme ai Francesi, che erano la maggioranza. Era uno “stress” e pure una carica di nervosismo molto pesanti.

Tuttavia, dopo il fischio d’inizio mi sentii assoltamente calmo e a mio agio e già al 6’ riuscii a segnare il mio primo goal; il secondo lo segnai, con un tiro di effetto, al 35’, dopo quello di Piola del 16’.

Come ben sai la partita finì 4 a 2 per noi, però quello che più mi commosse è che la nostra vittoria riunì fascisti e antifascisti, i quali seppero metter da parte i loro rancori politici e ci tributarono un lungo e sportivo applauso, assieme agli Ungheresi stessi ed ai Francesi.

Non ti dico altro, se non che ti ripeto quello che ti raccontai quando rientrai a Trieste … dopo la partita offrii una cena a base di caviale e champagne a tutti i miei compagni e ai membri dello staff tecnico. “Viva là e pò bon, che la vadi ben, o che la vadi mal, sempre alegri e mai pasion, viva là e pò bon!” secondo el vecio moto triestin.